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08 gennaio 2017

Reati di Stato: La Etleboro chiede tutela per le imprese italiane

Per quanto le cerimonie tendano a glorificare le istituzioni, resta il fondato problema della credibilità delle stesse. In un sistema democratico l'autorevolezza delle istituzioni passa per la loro soggezione alla legge, il che significa che esse sono al servizio dei cittadini e di tutti i soggetti collettivi, sociali ed economici. Ognuno di noi deve quindi pretendere che i funzionari dello Stato siano trasparenti verso i cittadini e leali nei confronti delle istituzioni.  E' questo il concetto che spinge la Tela della Etleboro ad agire per la tutela delle imprese italiane, spesso vittime della negligenza di funzionari che danneggiano la stessa credibilità dello Stato. Spesso ci è capitato di vedere come le istituzioni abbiano affossato ogni legittimo diritto di singoli ed aziende al solo scopo di difendere la posizione del singolo funzionario, magari perché per proteggere la propria carriera o interessi di terzi.

Vi sono prove documentali che attestano, ad esempio, come alcuni ambasciatori abbiano cambiato repentinamente le loro azioni, commissionando delle perizie ad hoc, palesemente errate, che tuttavia giustificano o difendono la loro posizione, ai danni delle imprese che invece dovevano difendere. Gli stessi rappresentanti, nella foga di difendere il loro indifendibile operato, hanno messo a repentaglio le istituzioni statali, omettendo di effettuare o ritardando le dovute comunicazioni al ministero ed al governo.  Questi atti di negligenza o di intenzionale abuso di ufficio vanno accertati, e quindi sanzionati presso le dovute sedi. Ed è quello che la Etleboro intende fare, agendo su mandato delle imprese che sono state danneggiate da tali funzionari, presso i Tribunali della Repubblica

Allo stesso tempo, saranno presentate le richieste di ritiro di qualsiasi titolo o onorificenza riconosciuta dalle alte carico dello Stato, per evidente incompatibilità rispetto ai requisiti richiesti. Infatti, la serietà delle istituzioni repubblicane suggerisce che l'opera di trasparenza cominci dal più alto ufficio, la Presidenza della Repubblica, la quale potrà appurare se i propri alti funzionari siano stati incapaci o infedeli, indegni delle onorificenze ricevute.  Siamo dinanzi, oggi, ad un'opera di giustizia  per la tutela delle imprese italiane, il solo strumento per supportare il "Made in Italy nel mondo".

19 dicembre 2016

Russia-Francia: L'incontro segreto tra Putin e Sarkozy

Tutto il mondo pensò che l'allora Presidente Nicolas Sarkozy, durante la conferenza stampa del G7 del 2007 era del tutto ubriaco. In realtà era sconvolto, letteralmente scioccato dal suo precedente colloquio con il Presidente russo Vladimir Vladimirovič Putin. 

Veniamo ai fatti. Appena arrivati, Nicolas Sarkozy apre il suo incontro con un lungo discorso, facendo la morale a Putin da spavaldo, come suo fare. Il Presidente russo lo ascoltò in silenzio, e dopo 20 minuti Sarkozy smise di parlare. Ci furono quindi 45 secondi di imbarazzo, quando Putin si rivolse a Sarkozy con uno sguardo gelido e voce sicura. "Hai finito ? - incalzò Putin - Allora ascoltami bene: tu sei appena stato eletto Presidente, ma tieni presente Nicolas la Francia è piccola", mimando con le mani un piccolo quadrato, "mentre la Russia è grandissima", allargando di colpo le braccia. "Se io voglio, ti schiaccio: da oggi in poi non mi parli più con questo tono. Se tu mi ascolti, diventerai il re d'Europa…

Ci furono altri 15 minuti di insulti di basso livello, poi Putin si alzò, lasciandolo solo sulla sedia, umiliato. Il Presidente francese non poteva credere alle sue orecchie, ne rimase talmente scioccato che ebbe difficoltà a riprendersi. Non sapendo più cosa dire, si presentò alla conferenza stampa un po' stordito, e tutti pensarono che Sarkozy e Putin si erano ubriacati. In realtà, nessuno dei due beve. Questa la triste cronaca di un piccolo uomo, letteralmente schiacciato dalla sua stessa superbia e da un gioco forse più grande di lui.  




12 luglio 2016

Il grande problema dell'asse franco-britannico sulla Siria

Francia e Inghilterra temono che si ripeta in Siria lo scenario libico, ossia lo spostamento del fronte diplomatico dall’asse franco-anglo-americano, ad un asse del Mediterraneo, coordinato in esterno da un accordo tra USA e Russia.  Un tale cambiamento è divenuto ormai necessario, vista l’insorgenza di nuove esigenze, connesse alla necessità di arginare e debellare il fenomeno dell’infiltrazione di terroristi all’interno dei confini dell’Unione Europea.  Di contro, Parigi e Londra rinunceranno mal volentieri alla leadership diplomatica sulla questione siriana, visti gli sforzi posti in essere per abbattere la “spada di Damocle” che incombe su di loro, con riferimento al sostegno conferito in passato ai ribelli e ai tanti combattenti giunti in Siria per far cadere Assad.  Resta infatti da risolvere il problema dei foreign fighters bloccati in Medioriente, che stanno facendo pressioni attraverso le loro famiglie per tornare in patria, ma hanno ricevuto un netto rifiuto dai loro Governi. Molti di loro, infatti, hanno espresso la loro intenzione di voler collaborare con le autorità occidentali, per scontare la loro pena in patria, ma le autorità hanno bloccato ogni spazio di trattativa in tal senso. I combattenti europei, quindi, non hanno altra alternativa che morire nelle carceri siriane o irachene, oppure nella migliore delle ipotesi collaborare con la intelligence di Damasco per contrastare la Stato Islamico.



A questo punto, da una rapida analisi, emerge che qualcosa  è senz’altro cambiato all’interno della politica estera europea, forse come contraccolpo del Brexit, che ha rimesso in discussione degli assetti geopolitici considerati inamovibili. Si stanno quindi facendo strada delle strategie di diplomazia parallela, che saranno sempre più numerose ed insidiose, proprio all’interno di un’Alleanza che ha perso dei punti di riferimento.In tale contesto, si inserisce una campagna mediatica di disinformazione, allo scopo di inquinare e screditare un eventuale ruolo dell’Italia nel quadro di un piano volto a dare una soluzione politica alla Siria.  Infatti, secondo fonti locali, parte della rete italofila in Medio Oriente, non vi è stata nessuna visita lo scorso fine settimana tra il capo dell’intelligence italiano, il Generale Alberto Manenti, e i funzionari siriani, come erroneamente riportato dal quotidiano di Beirut Assafir, nonché dal portale Gulf News. Le stesse fonti, spiegano che tale campagna mediatica è stata gestita dall’estero, come sorta di risposta all’esistenza di un canale di comunicazione tra Roma e Damasco.

In realtà,  tali rapporti - come anche con Berlino o Bruxelles - non si sono mai del tutto interrotti, e per certi versi sono stati mantenuti, soprattutto per la gestione della crisi dei migranti e dei foreign fighters europei, nonché dell’infiltrazione di ex ribelli siriani o di combattenti di Daesh, fuggiti dal fronte di guerra. Questo dato di fatto è stato tuttavia distorto, manipolato ed estremizzato, quasi a voler criminalizzare – e quindi arrestare sul nascere – una qualsiasi “intromissione” dell’Italia in una trattativa magari già esistente, e gestita da altri Stati. In altre parole, non è piaciuto l’interesse di Roma al dossier siriano, per i quali Francia e Inghilterra vogliono l’esclusiva decisionale all’interno dell’Europa, nonostante l’Italia sia uno dei Paesi europei che ha subito maggiormente le conseguenze dell’esodo dei migranti, essendo un Paese di transito e una riva “di soccorso e accoglienza”.

11 luglio 2016

Le vie di Damasco sono infinite: “carta italiana” per la Siria

Hanno avuto inizio, sotto l’egida dell’Italia, i negoziati per la normalizzazione dei rapporti tra la Siria e l’Europa. A far trapelare la notizia sono stati alcuni media arabi - in particolare il quotidiano di Beirut Assafir, l’Agenzia iraniana Press Tv e alcuni media del Golfo come Al Watan Al Arabi (fondato a Parigi)  – annunciando così la visita a Damasco, lo scorso fine settimana, del capo dell’AISE, il Generale Alberto Manenti, preceduta dalla visita della scorsa settimana a Roma del politico siriano, Mohammed Dib Zaitoun. Tali incontri rientrano nell’ambito di una trattativa riservata esistente tra i servizi segreti italiani e quelli siriani, per rafforzare la cooperazione nel comparto della sicurezza e per intavolare un dialogo sull’embargo diplomatico contro Damasco, a fronte del quale l’Italia avrebbe promesso di tentare di aprire un corridoio di dialogo all’interno dell’Unione Europea, assumendo così una posizione a favore di una soluzione politica siriana. Le stesse fonti parlano della possibilità che la controparte italiana, dietro il consenso dell’amministrazione statunitense, possa acquisire un ruolo nell’opera diplomatica di trasferire la questione siriana all’interno dell’UE, nonostante l’opposizione della Francia. Un dettaglio questo che viene rimarcato dallo stesso quotidiano di Beirut, ricordando che già in passato, Parigi ha cercato di fermare l’inizio delle trattative tra la diplomazia siriana e un altro Stato europeo, la Spagna. Sembrerebbe, però, che la situazione sia in parte cambiata e che Roma potrebbe costituire una tappa importante per dare alla Siria una via di uscita.

Tale notizia ha tuttavia turbato alcuni media ed osservatori, soprattutto italiani e francesi, che nel riportare l’informazione lanciata dai media arabi, ne hanno trasformato il significato, lanciando l’allarme sull’esistenza di una trattativa tra lo Stato italiano e un “regime criminale”.  Vi sono stati media, come il Gulf News, che addirittura hanno affermato che il Generale Manenti avrebbe incontrato Assad, informazione del tutto infondata e tra l’altro non contenuta nelle fonti arabe e persiane sopracitate. La notizia è stata accolta dai media italiani, in particolar modo da alcuni commentatori, con grande stupore, accentuata da toni polemici e sensazionalistici, allo scopo di creare clamore, ma anche di screditare ogni tentativo di dialogo. In realtà, l’esistenza di trattative tra il Governo siriano e gli Stati occidentali è nota da tempo tra gli addetti ai lavori, considerando che gli stessi Stati Uniti hanno tentato un approccio con Damasco, attraverso un incontro in Cisgiordania. Inoltre, lo scorso aprile,  il Vice Ministro degli Esteri siriano Fayssal Mekdad ha incontrato il suo omologo ceco a Praga, mentre i servizi di sicurezza siriani da tempo intrattengono una cooperazione con le autorità del Belgio e della Germania. Per cui, il cammino intrapreso dall’Italia è stato solcato da tempo dai Paesi Occidentali, che cercano un riavvicinamento, pur essendo consapevoli di non essere più credibili e affidabili per Damasco.

A tal proposito, sarebbe bene ricostruire la memoria del caso siriano, per il quale la Francia e l’Inghilterra hanno mani sporche di sangue. Per coprire la propria responsabilità nell’aver sostenuto le frange estremiste dei ribelli siriani contro Assad, hanno tentato di porre sotto la “propria egida” le trattative per la soluzione politica della Siria. Come non dimenticare le crociate “filosofiche” condotte da Bernard Levy per il popolo siriano, per poi sbarcare in Libia e in Ucraina, ora invece attivo in Kurdistan e nella Kabilia. Ovunque sia andato, questo fantomatico filantropo sponsorizzato dalla Finanza Internazionale, ha portato guerra e distruzione, in nome di una democrazia europea, di cui ha usurpato il nome e la storia. Esemplare è stata l’opera di Bernard Henri Levy in Libia, per la quale dovrà rispondere anche l’ex Presidente Nicolas Sarkozy, la cui amministrazione si è macchiata di gravi crimini, come quello del Caso Pierre Marziali, messo tutto a tacere. Che dire poi dei Lord di Londra,  o dell’illustre  Tony Blair, che grazie alle sue società di consulenza è divenuto milionario, al prezzo della guerra in Iraq e della distruzione della Siria.  Tali personaggi sono ormai impresentabili,  ben noti presso i Governi del Medio Oriente o del Nord Africa, ed in alcuni di essi la loro presenza è persino “non gradita”.   Per anni gli Stati europei hanno condotto una politica al servizio degli interessi dei gruppi della Finanza Internazionale, utilizzando personaggi e improbabili politici come pedine da scacchiera. Il disastro della Siria, e poi della Libia, ha portato alla luce la disinformazione dei media allineati, nonché la manipolazione fatta per coprire l’assurda complicità con le forze ribelli per abbattere Assad, prendendo così una piega ineluttabile.  La Francia e l’Inghilterra hanno deliberatamente mentito all’ONU e ai propri alleati, per poi creare delle esagerazioni mediatiche e rapporti di intelligence, rivelatisi puntualmente falsi.

Non contente, nonostante il loro fallimento a Tripoli e Bengasi,  hanno cercato di mantenere la  leadership nella guerra al terrorismo internazionale, cambiando improvvisamente fronte e cominciando a bombardare le posizione dell’ISIS all’interno del territorio siriano. Contestualmente, pretendevano di estendere la loro missione militare anche in Libia, alimentando una campagna mediatica pro-intervento, foraggiata da fantomatici “Report di intelligence”,  sulla presenza di oltre 6 mila o 8 mila unità ISIS concentrati sulle coste libiche, al confine con l’Italia. Peccato che quando le truppe libiche sono entrate a Sirte, hanno trovato solo alcune centinaia di combattenti, la maggior parte dei quali fuggita attraverso il deserto o il mare. E’ stato allora che la NATO, con il consenso degli Stati Uniti, ha deciso di modificare la propria strategia, di archiviare l’intervento militare e di conferire all’Italia il comando delle operazioni a largo delle coste libiche, rimettendo all’UE la sua gestione. In tal senso, con un’unica decisione è stato posto un limite alla libertà di azione della Francia e dell’Inghilterra nel Mediterraneo. Un’identica strategia,  potrebbe interessare anche la Siria, nella consapevolezza che gli intermediari della diplomazia francese, inglese e statunitense non hanno più credito a Damasco, come non ce l’hanno in Egitto, in Algeria o in Libia.  Occorrono nuove strade, e nuovi approcci ed un punto di riferimento all’interno del Mediterraneo.

A dispetto dei tanti detrattori che gettano ombra sul ruolo dell’Italia, è innegabile che abbia conservato una certa entratura e dei canali di comunicazione, nonostante il conflitto. Canali che sono stati riattivati, una volta che si sono create le condizioni presso la Comunità Internazionale,  mettendo da parte i passi falsi di Francia e Inghilterra. Ed infatti, per intraprendere una trattativa seria, sono necessarie delle “intelligenze”, non  “attori da baraccone”.   Questo è il quadro su cui ci muoviamo, mentre il resto sono solo chiacchiere da “bar”, che lasciano il tempo che trovano. I vari opinionisti possono riempire le loro colonne all’infinito, per cercare un po’ di gloria con la speculazione, ma i fatti sono altri e viaggiano a grandi livelli,  ben lontani dalle elucubrazioni del “ferragosto italiano”.  

02 maggio 2016

Militari italiani uccisi in Libia: in azione gruppi di disinformatori per screditare l'Italia

Tripoli - Nonostante le smentite ufficiali del Ministero della Difesa, continua a circolare sui media libici la notizia circa un presunto attentato avvenuto ai danni di un convoglio di forze speciali italiane da parte di Daech nei pressi di Sirte e Misurata. A rilanciare la notizia è un anonimo centro studi, il Libyan Center for Terrorism Studies - LCTS, che accredita l'informazione bypassata nei giorni scorsi dal portale israeliano Debka-file (si veda Disinformazione: falsa la notizia di Debka su attentato a forze speciali italiane in Libia ). Stando all'analisi dell'Osservatorio Italiano, la citazione del centro libico sui media arabi, di una notizia messa in circolazione da un portale straniero, rientra nello schema della propaganda disinformativa gestita da società di comunicazione, che rispondono direttamente a gruppi di interesse .  Questa strategia ha l'obiettivo di creare confusione, per intavolare in futuro una nuova conferenza di pace, sotto l'egida di altre potenze occidentali. Va ricordato, in merito, che L'Italia, pur avendo ottenuto il comando di un ipotetico e futuro intervento militare in Libia delle forze dell'Alleanza Atlantica, si è sempre detta contraria al bombardamento unilaterale del territorio libico, mentre continua a tenersi distante da ogni interferenza nella politica interna.  Tuttavia, vengono diramati continuamente comunicati di media o centri di ricerca, che contengono notizie di parte, false e diffamatorie, per dissimulare l'esistenza di un sentimento anti-italiano in Libia. L'Osservatorio italiano ha rilevato l'esistenza di piccoli gruppi di "influencer" che fanno una vera e propria opera di sciacallaggio. Ha destato non pochi dubbi la manifestazione di Bengasi dello scorso venerdì 29 aprile, quando un ristretto gruppo di manifestanti ha portato con sé delle bandiere da bruciare sotto gli obiettivi dei reporter, che a loro volta hanno divulgato le immagini attraverso i  social network ( si veda Manifestazioni in Libia:quando l'informazione segue il trend politico e Bandiera italiana bruciata in Libia: quelle notizie anonime che diventano realtà ). Questa tecnica di infiltrazione dei media è ben conosciuta, come lo sono anche gli organizzatori dei tali gruppi e quali sono le forze che stanno finanziando tale propaganda. Si nascondono dietro le parole "democrazia, diritti umani", mentre agiscono per soddisfare gli interessi delle lobbies. Ricordiamo che quando Francia e Gran Bretagna ha promesso la libertà  ai libici "dal regime di dittatura", che avevano  già un piano, quello di appropriarsi di laute concessioni per lo sfruttamento delle risorse libiche, in particolare di gas e uranio. Oggi hanno perso credibilità, e stanno finanziando la disinformazione per riaprire i tavoli di discussione sulla Libia, ma soprattutto per sottrarre all'Italia il comando militare, e tornare quindi ad essere protagonisti nelle decisioni internazionali sulla Libia.